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Aggiornamento

L’Umanizzazione della Cura di Santi Laganà, III parte

La Cura come competenza umana implicitamente pedagogica
  1. La Cura: tra pre-scrizione e riconsegna;
  2. *Cos’è Scienza? La Fenomenologia;
  3. Racconti di personali esperienze professionali;
  4. La nascita della Psicopatologia.

3.RACCONTI DI PERSONALI ESPERIENZE PROFESSIONALI

Questi racconti possono essere certamente inseriti all’interno di tutto ciò che viene chiamato “Pratica”.
Invito, però, a tenere bene in mente, durante la lettura, il primo racconto che riguarda il mio processo di crescita personale e professionale.

I racconto …

… ero all’ultimo anno della mia formazione in Gestalt Therapy, il IV, e durante uno degli ultimi seminari chiesi alla didatta se, durante gli incontri con gli utenti, potevo tenere a portata di mano i fogli dove veniva riportata praticamente la schematizzazione del “ciclo di contatto – ritiro dal contatto”.

La didatta, rispose: “Certamente, non esiste alcun divieto a ciò che tu chiedi, ma ti prego di riflettere che se tieni in figura la tecnica, puoi perdere la relazione con l’utente.”.

Ed allora, quando praticamente interveniamo, non dovremmo dimenticare che in figura deve esserci la relazione con l’utente e quindi, il dove ci stiamo relazionando, il quando ci stiamo relazionando, il con chi ci stiamo relazionando, il come ci stiamo relazionando ed allora sullo sfondo dovrebbe starci il sapere, i nostri studi, se si vuole la teoria.

Quando operiamo praticamente è il gioco figura-sfondo che opera come in una danza, anzi, senza come, è proprio una danza il gioco tra lo sfondo (teoria) e la figura (prassi).

Tutto ciò ha un nome e una sua sintassi: Phrònesis (φρόνησις).

E la phrònesis è insomma un sapere coinvolto e interessato (epistème) che cresce e si struttura (aspetti dinamici, atti finalizzati al raggiungimento di uno scopo) in una intima familiarità (einfuhlung, empatia) con l’azione (tèchne) ed appunto per questo non è mai totalmente insegnabile).

II racconto …

… in un hospice per le cure palliative e la terapia del dolore, la signora Pina (nome inventato) mi chiamò: “Dottore, dottore, vede quella credenza, appena mi sento meglio, la riordino”.

La signora Pina era allettata e stava molto male e pur non di meno progettava. La cosa mi colpì molto.

Cosa avrei potuto fare praticamente per cogliere, o meglio accogliere il suo progetto? Come il suo progetto poteva diventare il mio progetto, o meglio il nostro progetto?

Il suo interloquire con me, il suo aver comunicato a me il suo progetto dove potevo collocarlo?

Quale cornice di senso ad un nostro possibile progetto di fronte all’imminente morte e di fronte a tanto dolore?

Erano queste le domande che come pedagogista counselor mi ponevo e a cui dovevo dare risposte. Quale poteva essere, dunque, il quadro di riferimento?

Dallo sfondo si fece figura che non potevo conoscere la “realtà” della signora Pina nella sua oggettività

  • la signora era indubbiamente in fin di vita – ma soltanto quella parte che stava sperimentando nel qui ed ora con me, e quindi: … pur non di meno progettava.

Ed allora dovevo provare a stare nell’equilibrio per nulla definito del momento e lasciarmi andare all’incertezza della verità momentanea della relazione con la signora Pina.

E quindi come il suo progetto non era altro che un appello alla relazione:

… ed allora, chiesi alla signora Pina se potevo sistemare la credenza insieme a lei, se pur allettata.

La signora Pina rispose di sì.

Di fronte a ciò, ebbi il dubbio che il mio esser-ci poteva trasformarsi in assistenza e non essere, invece, un processo relazionale, d’apprendimento.

Feci in modo che la signora Pina potesse vedere ciò che facevo e contemporaneamente mettevamo parola ad ogni nostro gesto:

E la signora Pina iniziò …

… prenda quell’asciugamani e la sposti nel primo cassetto. Ed io, sto prendendo l’asciugamano e la sposto nel primo cassetto. Prenda le scarpe e le poggi su quel ripiano in basso. Ed io, sto prendendo le scarpe e li poggio sul ripiano in basso.

… e così via facendo e dicendo …

Qualche tempo dopo, raccontai questa esperienza durante uno dei seminari formativi del Corso Triennale di Specializzazione in Gestalt Counseling dell’allora Centro Holos, oggi Centro

Phrònesis, di Siracusa da me fondato nel lontano 1995, alcune colleghe in formazione mi chiesero: “quale processo di counseling con la signora Pina?”.

Quella domanda, fu l’occasione per un discorso intorno, non solo al Counseling, ma al suo rapporto con i Processi Educativi e alla nascente Neuropedagogia e Neurodidattica.

E quindi, quale rapporto tra Pedagogia, Counseling e Neuroscienze?

Dissi: Ricordate? Feci in modo che la signora Pina potesse vedere ciò che facevo e contemporaneamente mettevamo parola ad ogni nostro gesto.

Vedere le mie mani che operavano, ci ricordano le ricerche sui neuroni specchio di Giacomo Rizzolatti e altri, percettivamente vuol dire, anche, simulare l’azione con il proprio sistema motorio, anzi, nel proprio sistema motorio.

Portare la simulazione incarnata nell’ambito dell’intersoggettività è la mansione dei neuroni specchio.

È l’intersoggettività, io e la signora Pina, e ciò che accadeva tra di noi, ha permesso di comprendere tutte le forme della narrazione (parole e gesti).

E questo accade perché i neuroni specchio hanno risposto all’osservazione della signora Pina durante tutte le azioni da me eseguite.

E questo accade anche in presenza di una osservazione un po’ incompleta.

Infatti, la signora Pina non poteva vedere fino in fondo tutto ciò che le mie mani facevano nel mettere ordine nella credenza.

Ma una parte del sistema motorio della signora Pina si comportava come se vedesse tutto ciò che facevo.

Infatti, la parte finale del mio mettere ordine, lo scopo del progetto della signora Pina, era invisibile.

E tuttavia il processo di rispecchiamento motorio, la simulazione delle mie azioni, ciononostante accadeva: il processo di rispecchiamento si attivava con la medesima intensità e con lo stesso profilo temporale di quando tutto ciò che facevo era ugualmente visibile.

Ed ecco che, grazie alla simulazione incarnata, già la mia richiesta di mettere in ordine la credenza consentendo alla signora Pina di percepire le cose, gli oggetti, poteva essere considerata come una forma preliminare di azione che, al di là che la signora Pina non interagiva fattualmente con le cose, con gli l’oggetti, questi erano come qualcosa a portata di mano “zu Händen” (Martin Heidegger) e quindi le cose, gli oggetti erano presenti.

La signora Pina, per dirla con Umberto Galimberti, già con la mia richiesta di mettere in ordine la credenza poté sperimentare che:

Abitare è trasfigurare le cose, è caricarle di sensi che trascendono la loro pura oggettività, è sottrarle all’anonimia che le trattiene nella loro ‘inseità’, per restituirle ai nostri gesti ‘abituali’ che consentono al nostro corpo di sentirsi tra le ‘sue cose’, presso di sé”.

Tutto ciò ci fa sperimentare, praticamente, che la simulazione incarnata forgiò in modo costitutivo la percezione visiva della signora Pina al mio agire caratterizzando le cose, gli oggetti percepiti come veri e propri atti motori che hanno quindi uno scopo e tutto ciò anche in assenza di qualsiasi movimento.

L’atto motorio possiede intenzionalità, scopo ed è assolutamente possibile inserirlo nei processi di counseling.

Anni dopo, in occasione di un incontro organizzato dall’Università degli Studi “Federico II” di Napoli con Umberto Galimberti, raccontai l’episodio della signora Pina e Galimberti mi disse che i malati terminali molto spesso progettano.

Questo ricordo mi fa pensare al “Prometeo incatenato” di Eschilo:

“Spensi all’uomo la vista della morte. […] Poi lo feci partecipe del fuoco”. (Eschilo, Prometeo incatenato, vv. 371-373, in Tragici greci, tr. It. di E. Mandruzzato, Sansoni, Firenze 1988, p. 92)

Il Prometeo di Eschilo così racconta dei due doni che ha fatto all’uomo: l’oblio dell’ora della morte, dovuto a quel “farmaco” che è “la speranza che non vede” (Ibidem) e il fuoco che Platone nel “Protagora” interpreta come il sapere tecnico, il “saper fare”.

Progettare …

… La signora Pina era allettata e stava molto male e pur non di meno progettava. …

III Racconto …

…        pomeriggio        del        1°        giugno        1982,        Sezione        A.I.A.S.        di        Siracusa 

Erano le 14,00, dopo che l’Economa mi consegnò il mio primo camice bianco, fui praticamente scaraventato all’internato, dove c’erano i cosiddetti Gravi.

Rimasi sconvolto.

Nell’aria c’era un odore molto forte di feci e urina e le scarpe si appiccicavano al pavimento. Non conoscevo praticamente nulla di quel mondo.

Certo, avevo con me gli studi di Pedagogia Speciale, di Filosofia, di Psicologia e Psichiatria, ma mi chiedevo cosa farmene in mezzo a tanto dolore?

Non riuscivo a trovare senso a tutto quello che mi stava succedendo. Fui assalito dallo sconforto.

Alle 20,00 la mia prima giornata di lavoro volgeva al termine e mi accingevo ad uscire, quando fui assalito da un ragazzo che voleva uscire con me dall’internato.

Fu terribile.

Ero spaventato, sgomento, confuso, disarmato.

Ricordo che scappai e chiusi con forza la porta del reparto, ma rimasi a guardare, dal piccolo oblò della porta, gli occhi del ragazzo che mi aveva aggredito.

Occhi che non dimenticherò mai.

Ecco, perché Eugenio Borgna e le sue stupende pagine:

Quanti occhi, e quali loro infine espressioni, si sono stratificati nella mia memoria: nel corso della mia vita … nei luoghi perduti della follia nei quali ho incontrato destini insondabili e indimenticabili sigillati dai loro occhi e dai loro sguardi, dai loro volti e dai loro gesti.

“Le emozioni ferite, pag. 113, Feltrinelli”

Come ho ricordo del mio primo giorno di lavoro, ho ricordo degli occhi di Angelo, di Lucia, di Giusi, di Giuseppe, di Luciano e di Danilo, sì di Danilo che guardandomi, morì nelle mie braccia. Occhi e sguardi che mi hanno fatto crescere e fatto cambiare.

Si cambiare.

Il dolore cambia.

Quanta emozione in quegli occhi e sguardi. Quanto sono debitore a quegli occhi …

Anni dopo a Roma, durante un seminario con Erving e Miriam Polster, ebbi l’opportunità di “lavorare” con Miriam.

Come già scritto, ero reduce dalla tragedia avvenuta nel Centro di Riabilitazione dove lavoravo.

Mi era morto tra le mani Danilo che aveva ingoiato un guanto di lattice.

Avevo lottato con tutte le mie forze per togliere quel guanto dalla gola di Danilo. Danilo morì in pochi istanti.

Raccontai a Miriam l’accaduto.

Raccontai della mia tristezza, della mia rabbia, del mio dolore, del mio … piansi.

Miriam, mi ascoltò in silenzio e alla fine del lavoro disse: “Ogni vita merita un romanzo e tra le altre la tua. Grazie Santi”.

Di fronte a tanto dolore volevo scappare dall’internato. Ringrazio tutti coloro che non lo permisero.

I miei splendidi colleghi, ma in particolare Salvatore Magliocco, allora Direttore, che mi disse:

Rimani.

E continuai a lavorare in quello che una volta si chiamava “Internato”, dove c’erano i “Gravi”. Il mio ruolo sotto il profilo contrattuale era:

Dirigente Pedagogista di Ruolo Sanitario non Medico.

Fin dal primo giorno di lavoro e per un po’ di tempo ancora, la domanda, come già scritto, che non trovava risposta era:

“cosa ne faccio dei miei studi di pedagogia speciale, di filosofia, di psicologia e di psichiatria di fronte a tanto dolore?”.

Era inutile, non riuscivo a trovare una cornice di senso a tutto quel dolore …

… allora, la scelta di specializzarmi (Gestalt Therapy – Pedagogia Clinica – Mediazione Familiare e Comunitaria – Neuropedagogia e Neurodidattica) …

… e ancora, malgrado la formazione, rimaneva presente con forza nel mio agire un non senso a tutto quel dolore …

… poi, mi resi conto che il mio essere Dirigente Pedagogista Specializzato in Gestalt Counseling mi poneva in una dimensione altra dagli altri Dirigenti Medici e Psicologi.

In quanto Pedagogista Counselor non la malattia, pur conoscendo bene tutta la nomenclatura, dovevo osservare ma gli aspetti fenomenologici, aspetti che indicavano e indicano la dimensione umana, quella dimensione che possiede fragilità e vulnerabilità e come quest’ultimi possano diventare percorsi d’apprendimento, educazione.

Ecco, cambiai occhio e quindi punto d’osservazione.

Mi piegai, mi volsi verso (Clinica) e allora, entrai a pieno titolo nel Campo Esperienziale …

… e mi ritrovai ad incontrare la non violenza della follia, la storicità e la socialità della follia e scoprì, quindi, con un misto di gioia ed eccitazione, come la follia sia un evento storico che non è possibile bruciare come insensata e trovai, dunque, la cornice di senso al mio essere Pedagogista Counselor con e soprattutto tra i “Folli”, e ancora come i Folli siano realmente parenti dei Bambini e dei Poeti.

E, “… dunque può essere portato a compimento in senso proprio solo ciò che già è.”.Martin Heidegger (Lettera sull'<<UMANISMO>> ADELPHI 1995 p. 31)

In conclusione: “Educazione”.

Santi Laganà
Pedagogista Counselor della Gestalt Supervisore Didatta Presidente Onorario Co.N.P.Ed.
Co.N.P.Ed. A/1 Sicilia – A.N.Co.Re. 541
Professione disciplinata dalla Legge 14 gennaio 2013 n° 4
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Immacolata Bruzzese

Tina Bruzzese

Presidente della Federazione delle Associazioni di Counseling (Federcounseling),già Presidente del Collegio dei Probiviri; Presidente dell'Associazione Nazionale Counselor Relazionali (ANCORe); componente del Collegio dei Probiviri del Coordinamento Nazionale Pedagogisti ed Educatori (CoNPED); già Presidente del Consiglio Regionale calabrese dell'Associazione Nazionale Pedagogisti (ANPE). Pedagogista, Didatta, Counselor Relazionale Professional Trainer, si occupa di: formazione, crescita personale e organizzazioni. Nel 2018 ha creato il format Counseling &Letteratura.
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