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L’Umanizzazione della Cura

Aggiornamento

L’Umanizzazione della Cura di Santi Laganà, I parte

La Cura come competenza umana implicitamente pedagogica

La Collega ed Amica Tina Bruzzese, Presidente Nazionale dell’Associazione Nazionale Counselor Relazionali (A.N.Co.Re.), nonché Presidente di Federcounseling, mi ha chiesto di dare un qualche contributo alla nostra professione di Counselor.

Ed allora, non posso che raccontare, se si vuole narrare esperienze, le mie esperienze professionali ed umane, in quanto la nostra professione coincide con il mestiere di vivere. E tutto ciò, senza alcuna presunzione d’esser esaustivo.

Il contributo si espliciterà in quattro parti:

  1. *La Cura: tra pre-scrizione e riconsegna;
  2. Cos’è Scienza? La Fenomenologia;
  3. Racconti di personali esperienze professionali;
  4. La nascita della Psicopatologia.

Ecco la prima parte. Le altre saranno pubblicate con scadenze e tempi che potranno variare in base alle decisioni del Consiglio Nazionale d’A.N.Co.Re.

1. LA CURA: TRA PRE-SCRIZIONE E RICONSEGNA
Ormai da parecchi anni sui saperi si è accesa una diatriba su cosa sia scienza.

Molti accademici, ma anche molti professionisti si sforzano di far diventare scienze esatte, scienze della natura, le scienze umane, e tutto ciò perché esiste una continua richiesta di certezze, di risposte e quindi i professionisti adducono la necessità di possedere protocolli verificabili e strumenti standardizzati.

La necessità di dare risposte immediate, certe e quindi di possedere protocolli verificabili e strumenti standardizzati è presente in tutti i campi. Famiglie, genitori, docenti, colleghi in supervisione e quant’altro su questi versanti.

Ma cos’è Cura?

La lingua italiana in questo non ci aiuta perché la nostra lingua possiede una sola parola per denotare due aree ben distinte, per le quali, per esempio, la lingua inglese utilizza due parole diverse: “Cure” e “Care”.

La “Cure” è un intervento di tipo sanitario, che consiste nel diagnosticare un disturbo e trattarlo poi con protocolli, di cui la ricerca empirica ha mostrato l’efficacia e quindi la cura viene pre-scritta.

La “Care” è la cura della persona, se si vuole dell’anima, e richiama giustamente la differenza sia filologica, sia ontologica, che epistemologica del mondo anglosassone; ma la questione è proprio questa nel richiamare la tradizione britannica, non possiamo dimenticare che questa differenziazione tra “Cure” e “Care” è massicciamente presente già nella Tradizione Classica Greco Romana.

Infatti in “Essere e Tempo” Martin Heidegger ci ricorda la Fiaba di Igino – Pedagogo – sulla “Cura” di oltre 2000 anni:

“La Cura, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa, né raccolse un po’ e incominciò a dargli forma. Mentre è intenta a stabilire che cosa abbia fatto, interviene Giove. La Cura lo prega di infondere lo spirito a ciò che essa aveva fatto. Giove acconsentì volentieri. Ma quando la Cura pretese di imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio. Mentre la Cura e Giove disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era fatto fosse imposto il proprio nome, perché aveva dato ad essa una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno a giudice. II quale comunicò ai contendenti la seguente giusta decisione: Tu, Giove, che hai dato lo spirito al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso vive lo possieda la Cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra)”.

E Platone nel Carmide – 157a. – oltre 2400 anni fa.

“θεραπεύεσθαι δὲ τὴν ψυχὴν ἔφη, ὦ μακάριε, ἐπῳδαῖς τισιν, τὰς δ’ ἐπῳδὰς ταύτας τοὺς λόγους εἶναι τοὺς καλούς”.
L’anima, o caro, si cura con certi incantesimi, e questi incantesimi sono i discorsi belli”.

La “Care” è dunque una pratica che è inseparabile dall’esistenza stessa dell’uomo, dalla nascita in avanti e quindi 0 – 100 anni. L’essere umano non potrebbe sopravvivere senza cure genitoriali, né potrebbe crescere senza le cure degli insegnanti, che provvedono allo sviluppo sociale ed esistenziale.

Tutto questo è “Care”, dove la cura non viene pre-scritta, ma riconsegnata.

Riconsegnare la “Cura” è compito del processo educativo e quindi come l’aver cura sia una competenza umana implicitamente pedagogica. La Salute, dunque, implica sia “Cure” che “Care”.

Un sempre crescente numero di persone e di strutture si rivolgono ai counselor con una richiesta di aiuto inquadrabile come “Care”, di riconsegna della “Cura” dunque.

Certamente, la richiesta di cura è motivata da un disagio, ma la risposta, se è “Care”, non ha nulla a che vedere con l’approccio sanitario di diagnosi e trattamento a base di protocolli empiricamente supportati.

Si tratta invece di un tipo di cura, in cui la cornice di senso dove ascrivere il disagio, va cercata nel contesto esistenziale e nella storia narrata della persona ed è quindi il processo educativo a dare risposta ai bisogni basilari di accoglienza, ascolto, confronto, dialogo, consapevolezza, maturazione ed ancora, come (Tempi e Modi) tutto ciò si manifesta nel processo educativo stesso che consente lo sviluppo della relazione di cura, sempre unica e imprevedibile. Il nessuno educa nessuno di Paulo Freire.

Negli anni si è creata una divisione tra i due tipi di cura che si riflette esattamente nella spaccatura che negli ultimi tempi, si è fatta sempre più profonda tra i professionisti della “Cure”, denominati empirici, e quelli della “Care”, denominati ermeneutici.

Tra i due schieramenti l’ostilità e l’incomprensione sono profonde, con una delegittimazione reciproca diffusa.

Questo stato di cose può essere ricondotto all’errore di usare una sola parola, “Cura”, per due pratiche essenzialmente diverse?

Crediamo di sì, ma crediamo si possa anche dire che una “Sanitizzazione” dei percorsi di “Cura” sia in atto nel nostro Paese dove si invita più a pre-scrivere, e non a riconsegnare, la “Cura”.

Su questo versante basti pensare cosa è successo con la Legge 170/2010 sui DSA, Legge nata assolutamente in ambito educativo e pedagogico con delle ottime Linee Guida del Dipartimento Istruzione del M.I.U.R. e poi con due atti, la Consensus Conference, dove le Associazioni Professionali di Categoria dei Counselor e dei Pedagogisti non sono state invitate e le Raccomandazioni cliniche sui DSA dell’Istituto Superiore di Sanità, tutto si trasferisce dall’educativo al sanitario con la felicità di tutti coloro, che con una tempestività assoluta avevano preparato, stampato e messo in vendita test, quindi protocolli diagnostici su questo versante.

Tutto ciò ha prodotto e sta continuando a produrre una progressiva sanitizzazione del mondo della scuola e questo vale anche per il bullismo ed il cyberbullismo.

E a proposito dei protocolli diagnostici per i DSA e all’aumentata incidenza delle certificazioni …

Qualche tempo fa in una U.O.C. di Neuropsichiatria Infantile un bimbo di sette anni risponde alle domande del subtest della Wisc III: “A cosa serve un cappello?” … “a coprire la testa dei pelati” … “Cos’è un asino?” … “uno che non capisce niente” … “che vuol dire isolarsi?” … “mettersi sopra un’isola”.

 Bene, anzi male, questo bambino fu certificato con un deficit intellettivo.

Ecco la questione, non saper andare oltre ciò che è dato, non saper andare oltre il protocollo empiricamente tarato e non avere alcuna consapevolezza della “Declinazione della Sintassi Socratica” nella conduzione di un colloquio. Per poter andare oltre, diventa necessario ripensare la “Cura” come competenza umana implicitamente pedagogica.

Infatti, lo stesso Binswanger a pag. 164 del suo “Per un’antropologia fenomenologica” (Feltrinelli 1970) scrive:

La terapia stessa “nella sua forma e funzione propria” è “comunicazione suscitante ed educativa“.

Ed allora, è questa prospettiva che necessita fare propria, dove la cura è relazione, dove si cerca di comprendere l’altro come si dà e non ci limita a spiegarlo, come un qualsiasi fenomeno della natura, attraverso protocolli empiricamente ed oggettivamente tarati.  Necessita imparare ad osservare la relazione Corpo Mondo, e come, quindi, sia impossibile e fuorviante, tentare di comprendere ed osservare l’altro, l’alterità a prescindere dal campo di cui essa è parte.

Per fare ciò necessita prendere consapevolezza che sia possibile, allora, cogliere un’affinità tra le Scienze umane come la Filosofia, la Pedagogia, la Psicologia, la Sociologia, l’Antropologia e la Psichiatria Fenomenologica.

Su questo versante, ci permettiamo di segnalare la Pedagogista Rita Fadda che in “La cura, la forma, il rischio. Percorsi di psichiatria e pedagogia critica”, ci dice come per la Psichiatria Fenomenologica, l’uomo sia da “curare” più in senso pedagogico che medico, come un prendersi cura del soggetto in via di costituzione; sempre su questo versante ci si ritrova a leggere in “Teoria e Pratica della Terapia della Gestalt” che la terapia non è altro che “uno sviluppo della dialettica socratica” (F. Perls et al., 1997, 59) e dunque come l’incontro avvenga in un setting maieutico, educativo dunque, dove al confine di contatto è possibile coevolvere.

Di fronte a ciò, cosa significa mettere all’ordine del giorno l’aver cura” degli altri? Significa, presupporre gli altri nel loro “poter-essere”, senza sottrarre loro la Cura.

La riconsegna della “Cura” è Atto Pedagogico …

Su questo versante emerge, dunque, la domanda: perché ermeneutici?

H.G. Gadamer in “Dove si nasconde la salute” chiarisce questo rapporto. Infatti torna puntualmente sull’Ermeneutica.

Scrive: “[…] arte di potersi reciprocamente scambiare notizie e – nella – […] facoltà di ascoltare gli altri, […] il carattere universale di ogni ermeneutica che comprende e sorregge il nostro pensiero e la nostra ragione. L’Ermeneutica, dunque, non è da relegare al solo compito di ausilio per le differenti scienze, poiché” […] arriva a toccare le profondità della filosofia” che segue sempre il dialogo, la dialettica che danza tra domanda e risposta.

Di fronte a ciò, qual è il rapporto tra “teoria” e “prassi”? Ho avuto la fortuna di conoscere Hans Georg Gadamer e ricordo ancora due cose che ci disse.

La prima riguardava la phrònesis (φρόνησις) e commentando Aristotele disse:

La phrònesis è un sapere coinvolto ed interessato che cresce e si struttura in un’intima familiarità con l’azione e non è mai del tutto insegnabile”.

La seconda riguardava proprio la “Salute”. Ci disse:

Se incontriamo un amico e gli chiediamo: “Come stai?” L’amico può rispondere: “Sto male” e allora noi siamo, quasi, autorizzati a dire: “Cosa ti fa male?” Quindi è la malattia che si palesa, mentre è la Salute che si nasconde e voi dovreste essere cercatori di salute e non di malattie”.

Counselor? Cercatori di salute!

Santi Laganà
Pedagogista Counselor della Gestalt Supervisore Didatta
Presidente Onorario Co.N.P.Ed.
Co.N.P.Ed. A/1 Sicilia – A.N.Co.Re. 541
Professione disciplinata dalla Legge 14 gennaio 2013 n° 4
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Immacolata Bruzzese

Tina Bruzzese

Presidente della Federazione delle Associazioni di Counseling (Federcounseling),già Presidente del Collegio dei Probiviri; Presidente dell'Associazione Nazionale Counselor Relazionali (ANCORe); componente del Collegio dei Probiviri del Coordinamento Nazionale Pedagogisti ed Educatori (CoNPED); già Presidente del Consiglio Regionale calabrese dell'Associazione Nazionale Pedagogisti (ANPE). Pedagogista, Didatta, Counselor Relazionale Professional Trainer, si occupa di: formazione, crescita personale e organizzazioni. Nel 2018 ha creato il format Counseling &Letteratura.
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