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Aggiornamento

L’Umanizzazione della Cura di Santi Laganà, II parte

La Cura come competenza umana implicitamente pedagogica
  1. La Cura: tra pre-scrizione e riconsegna;
  2. *Cos’è Scienza? La Fenomenologia;
  3. Racconti di personali esperienze professionali;
  4. La nascita della Psicopatologia.

Prima parte del II contributo.

2.a COS’È SCIENZA? LA FENOMENOLOGIA

A volte mi sono ritrovato a discutere con colleghi e colleghe che mi portavano, anche in modo esplicito, l’ansia di accreditarsi come professionisti del modello tipico delle scienze della natura.

Durante la discussione emergeva sia il fatto che tale “ansia” non poteva non portare all’oggettivazione del folle, del disabile, della vecchiaia, e quindi di tutte le condizioni altre, sia come tutto ciò comportava il completo allontanamento non solo dalla soggettività, ma quanto e tanto dalla intersoggettività.

            Quello che per un greco antico era un invasato dal Dìo, diventa così un malato.

Ed ecco che l’uso di termini come mente e corpo, apparato psico-fisico, psico-somatico, bio-psicologico ci dice come sia “facile” il non riconoscimento dell’unità dell’esistenza o se si vuole della propria e dell’altrui esposizione al mondo e quindi l’uomo come organismo composto da parti.

È l’approccio fenomenologico che ci permette di narrare le evidenti relazioni che intercorrono tra il corpo e il mondo e i processi di senso, se si vuole d’apprendimento che queste relazioni raccontano.

Per la Fenomenologia, infatti, sia il sano sia l’alienato appartengono allo stesso mondo, anche se l’alienato vi appartiene con una struttura di modelli percettivi e comportamentali differenti, dove la differenza non ha più il significato della disfunzione ma semplicemente quello della funzione di un certo modo di essere-nel-mondo e di progettare, nonostante tutto, un mondo.

Martin Heidegger, nei Seminari di Zollikon, per spronare i suoi discenti – sovente di notevole caratura intellettuale – era solito dire: “Come sarebbe la realtà se tutto improvvisamente non fosse?”.

E quindi proviamo ad immaginare uno scenario possibile senza l’umanizzazione della Cura.

  • La nostra esposizione al mondo non potrebbe essere chiarita in quanto Cura;
  • tutti coloro che si occupano di cura e di educazione non potrebbero far presente che “sollevando gli altri dalla cura”, intromettendoci al loro posto; gli altri potrebbero essere trasformati in dipendenti e dominati;
  • non si potrebbe avere la possibilità di presuppone gli altri nel loro “poter essere” non già per sottrarre loro la Cura, ma per inserirli autenticamente in essa, riconsegnando loro la “Cura”;
  • non avremmo la possibilità di una rivisitazione pedagogica dell’idea stessa di “Cura” e quindi la cura in modo esclusivamente sanitario e dunque all’interno della sequenza del tipo: salute – malattia – cura – salute;
  • non avremmo la possibilità d’approfondire la prospettiva inaugurata da Binswanger, che ci ricorda ch’è necessario comprendere l’altro come si dà, non limitandosi dunque a spiegarlo, come un qualsiasi fenomeno della natura osservabile, introducendo, in tal modo la fenomenologia husserliana e molto di più heideggeriana nel campo dei processi di cura;
  • non potremmo chiarire che la Cura all’interno di questa prospettiva, prima, molto prima di essere terapia, è relazione;
  • dovremmo dimenticare che “È la terapia stessa”, dice Binswanger, “… nella sua forma e funzione propria” ad essere “comunicazione suscitante e educatrice”;
  • non dovremmo essere fedeli a questo impianto e quindi non dovremmo cogliere l’idea che l’uomo sia da “curare” più in senso pedagogico che medico, come un aver cura del soggetto in via di costituzione;
  • dovremmo dimenticare che la formazione dell’uomo è un fatto processuale e come questo processo sia intenzionale al raggiungimento dello sviluppo ed ha come grammatica: relazione, possibilità, progetto, trasformazione, crescita …;
  • dovremmo dimenticare che la Cura, dunque, cui accenna Heidegger, dice Educazione, e ci pone nella possibilità di fare un discorso in merito al rapporto tra Counseling e Clinica?*

* Clinico in senso greco e quindi cambiare occhio e quindi punto d’osservazione. Piegarsi, volgersi verso, entrare a pieno titolo nel Campo Esperienziale. Su questo versante si è più volte scritto che la confusione dei registri semantici porta a pensare che l’approccio clinico voglia dire sanitario dimenticando o cosa grave non conoscendo, che Klinìkos non è, infatti, sinonimo di sanitario, ma derivando dal verbo greco “KLINO” significa voltarsi verso. Necessita differenziare l’agire del Counselor da un intervento sanitario per il “semplicissimo” motivo che non si può confondere il verbo greco “iatreuo” (medico, curo con medicine), dal verbo “klino” (curo, mi piego su, mi volgo verso qualcosa e/o qualcuno) quasi a sottolineare un incontro tra soggetti e come l’incontro avvenga in un setting maieutico, educativo dunque, dove al confine di contatto è possibile coevolvere e quindi come l’azione umana, la sacralità dell’ospitalità, la corporeità, i comportamenti, i gesti, il contatto e il contesto in cui tutto ciò si manifesta è sempre rappresentato dal “Qui e ora”.

Con queste domande, da non dimenticare, usciamo, allora, dai Seminari di Zollikon di Martin Heidegger, e dal suo: “Come sarebbe la realtà se tutto improvvisamente non fosse?” e quindi come all’interno della prospettiva fenomenologica, tale domanda, faccia emergere il nodo ermeneutico della “pre-comprensione”

  1. Sulla pre-comprensione e sul cosa un counselor osserva

La pre-comprensione, è un ostacolo ineliminabile di ogni interazione professionale.

Infatti, ogni counselor si forma apprendendo un modello teorico, dove dovrà comprendere tutti gli utenti che incontrerà. In tal modo ogni conoscenza diventa, sia strumento di comprensione, un counselor necessita della sua concezione per sapere in quale direzione guardare – sia di ostacolo alla comprensione – “come non imporre … all’altro uno standard invece che aiutarlo a sviluppare le proprie potenzialità” (Perls e altri, 1971, p. 461).

È un paradosso ineliminabile dell’agire professionale.

L’uomo dunque è un testo, che non può essere definito attraverso l’impensabile e rigida oggettività di un osservatore che non sarà mai altro dal soggetto osservato, per cui ogni tentativo di porsi al di fuori di quest’ultimo, come dice Mario Trevi, porta inevitabilmente le stimmate della soggettività.

Sviluppare su basi empiriche delle ipotesi sulla Cura, apre un paradosso che deve essere accettato nel suo aspetto innovatore ed euristico così come il circolo ermeneutico, è accettato, nella sua doppia natura di ostacolo e di stimolo, nell’arte dell’interpretazione.

Il luogo in cui questa tensione si è riversata in modo pieno è stata quella dell’interpretazione, se si vuole della pre-comprensione o se si vuole ancora e senza paura, della diagnostica.

Quando si fa una diagnosi, in realtà si mette in moto un processo ermeneutico; ed allora sorge spontanea la domanda: in che modo la comprensione dell’altro, deve rispettarne la singolarità e contemporaneamente collocarlo nelle classificazioni descrittive?

Infatti l’etimologia della parola “dia-gnosi” chiarisce che è una comprensione attraverso e non immediata.

dia-gnosi da διά (attraverso) e γιγνώσκειν (conoscere) …

E come questa conoscenza attraverso, il “dia”, è stata identificata con molteplici strumenti. DSM – ICD10, la fenomenologia ed Einfuhlung, empatia e quant’altro su questi versanti sono strumenti che attestano che la comprensione dell’utente va ricercata nell’approccio che si è scelto. Però, se comprendere l’utente, fare dia-gnosi corrisponde a mettere in moto un processo ermeneutico, l’ermeneutica tende a comprendere il mondo non certo attraverso le scienze oggettive. Ed allora, la richiesta d’aiuto diventa un pre-testo per l’incontro di due testi in un con-testo di riconsegna della Cura. È possibile, dunque, conoscere un testo unicamente relazionandoci con esso e non estromettendo la narrazione della relazione, la circostanza in cui è nata e la nostra stessa percezione di esso.

Cosa, dunque, per un counselor tiene insieme l’ermeneutica e la prassi?

Non possiamo conoscere la “realtà” nella sua oggettività, ma soltanto quella parte che sperimentiamo nel qui ed ora.La particolarità di ogni counselor dovrà essere quella di stare nell’equilibrio per niente definito del momento e di lasciarsi andare all’incertezza della verità momentanea della relazione.

 Su questo versante, essendo stato allievo di Giovanni Salonia, ho preso consapevolezza che:

 “… possiamo pensare che ci sia una disciplina tra le scienze che non possiede le caratteristiche della oggettività, trasmissibilità e controllo dei risultati ottenuti? Noi contestiamo questa impostazione del problema, in primo luogo perché deriva dal prestigio che la parola scienza ha assunto nella nostra società, al punto che tutto ciò che non è scienza è considerato dogmaticamente di fatto non credibile; e in secondo luogo perché al di là delle domande si nasconde in realtà una visione unilaterale di ciò che è ‘scienza’.

Il metodo scientifico è nato nel contesto dell’investigazione sul mondo inanimato; ma può ciò che è animato essere trattato nello stesso modo? O c’è un altro modo di fare “scienza”, un modo unico, irripetibile?

In termini ermeneutici diremmo che il ruolo della vita e della storia – il Lebenswelt di Husserl – non può essere gestito dalla conoscenza sistematica, ma piuttosto agisce come suo presupposto ineliminabile.”.

  Qual è il senso di tutto ciò?

 Noi abbiamo la responsabilità di accompagnare nell’intervento di counseling l’utente nell’avventura ermeneutica, stando con il suo interrogativo, le sue domande, il suo dolore e come tutto ciò non sia altro che un appello alla relazione. Ma allora accompagnare nell’avventura ermeneutica, significa che il counselor deve possedere una sua pre-comprensione su quello che accade con l’utente (traità buberiana). È, dunque parte dei processi di counseling il dia-logos, cioè l’aspetto di ordine relazionale; dove il dia non è uno spazio che ci separa, né uno spazio che ci unisce, ma è uno spazio da attraversare.

 Il counselor offre questa opportunità d’aiuto.

2.Quale tempo, spazio e progetto in questa opportunità

Il tempo in counseling acquista valore di senso diverso.

Per noi il tempo è Kairòs che richiama unione, nodo, armonia e quindi in definitiva l’intervento nei processi di counseling essendo educativo è quello di unire, annodare in armonia il passato per conferire al presente le condizioni per operare nell’immediato futuro. Questa trama è lo scopo di un buon intervento di counseling. Ma abbiamo usato la parola scopo non a caso.

Scrivono Vittorio Gallese e Michele Guerra nel loro “Lo schermo empatico – Cinema e neuroscienze” Raffaello Cortina Editore:

“… Partiamo da una domanda molte semplice: a cosa serve il sistema motorio?” Per molti anni la risposta a questa domanda è stata: produrre movimenti. Oggi sappiamo che questa risposta è errata, o quantomeno parziale.

Il sistema motorio non produce solo movimenti ma atti motori e azioni, cioè movimenti dotati di uno scopo, come afferrare un oggetto, o sequenze di movimenti atte a conseguire uno scopo più distante come afferrare un bicchiere e portarlo alla bocca per bere.

Un movimento è una semplice dislocazione di parti corporee, come flettere o estendere le dita di una mano.

Un atto motorio consiste, invece, nell’utilizzare quegli stessi movimenti per conseguire uno scopo motorio, per esempio, afferrare un oggetto, manipolarlo, romperlo, posizionarlo, tenerlo ecc. …”.

“… I neuroni pre-motori, tradizionalmente considerati parte della via finale comune mediante cui l’agente esegue movimenti in risposta a stimoli esterni o autogenerati, si rilevano invece correlati con il più astratto livello di descrizione del movimento: il suo finalismo. …”.

“… La natura teleologica di questi neuroni motori, cioè il loro essere in relazione non con semplici movimenti, ma con atti finalizzati al raggiungimento di uno scopo è stata definitivamente dimostrata …”.

 E a proposito dell’intenzionalità, dello scopo, Umberto Galimberti ci ricorda che:

Skopòs è parola greca, che significa sia ‘colui che osserva e sorveglia’, sia ‘l’oggetto su cui si fissano gli occhi’ cioè il bersaglio, la meta; ma skopòs richiama il verbo skopèo e skopèo significa pensare in anticipo, cioè pro(v)-vedere, quindi pro-gettare.

Ma progettare richiama Prometeo e Prometeo è colui che pensa (methès) in anticipo (pro); e Prometeo non è, forse, colui che prima di strappare agli dèi il fuoco e la tecnica, strappa ad essi un’altra temporalità? (Kairòs?), senza la quale né il fuoco, né la tecnica avrebbero senso?”.

Bene, questo altro tempo, questa altra temporalità è il tempo del sapere, il sapere del counselor come phrònesis ermeneutica.

H.G. Gadamer, menzionando Aristotele ci ricorda che la phrònesis non è epistème perché l’epistème è la conoscenza costruita sullo schema matematico e non ha nessuna relazione con la mutabilità delle pratiche.

La phrònesis, però, non è neanche tèchne.

La tèchne è sicuramente un sapere che è legato alla pratica, ma che non interagisce davvero con essa.

Un counselor che utilizza questa tecnica sarebbe come l’artigiano che conosce già come fare prima di iniziare e che usa, quindi, indifferentemente nel proprio lavoro tutto il possibile per raggiungere il proprio scopo.

Un counselor “… sta con la phrònesis e la phrònesis è insomma un sapere coinvolto e interessato che cresce e si struttura in una intima familiarità con l’azione ed appunto per questo non è mai totalmente insegnabile” (Gadamer, 1983, pp. 363, 376).

Bene, la phrònesis è stare con Kairòs, è vivere con Kairòs e stare con il tempo della relazione ed è bene ricordare che la relazione è urto, è rischio, è fatica.

Infatti, nel processo ermeneutico stare con la fatica, il rischio della relazione e la sofferenza, significa mettersi di fronte al disagio dell’utente capaci al contempo di compagnia e di pensiero, di contestualizzazione e di dedizione al ‘singolo’, di comprensione del corpo e di parola, di percezione del Kairòs e di rispetto di Kronos, di contatto e di pausa.

Santi Laganà
Pedagogista Counselor della Gestalt Supervisore Didatta
Presidente Onorario Co.N.P.Ed.
Co.N.P.Ed. A/1 Sicilia – A.N.Co.Re. 541
Professione disciplinata dalla Legge 14 gennaio 2013 n° 4
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Tina Bruzzese

Tina Bruzzese

Pedagogista clinica, Didatta, Esperta in didattica e psicopedagogia per i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, Docente e Counselor Relazionale Professional Trainer. È stata responsabile provinciale e Presidente del Consiglio Regionale calabrese dell'Associazione Nazionale Pedagogisti (ANPE), si è poi iscritta all'Associazione Nazionale Counselor Relazionali (ANCORe) nella quale dal 2012 ricopre il ruolo di Presidente. Dal febbraio 2019 è componente del Collegio dei Probiviri del Coordinamento Nazionale Pedagogisti ed Educatori (CoNPED) e da luglio dello stesso anno è Presidente della Federazione delle Associazioni di Counseling (Federcounseling), dopo esserne già stata Presidente del Collegio dei Probiviri. Si occupa di progettazione e training nei Corsi di Counseling e di Crescita Personale; della formazione del personale docente, della gestione di progetti didattico-educativi e di organizzazioni. Nel 2018 ha creato il format Counseling &Letteratura.